C’era una volta il vero calcio. Aspetti della macchina del calcio moderna

Tutti ricorderanno, e sarà un giorno studiato nei libri di storia, la sera del 9 marzo 2020, serata in cui il primo ministro Giuseppe Conte annunciava agli italiani che il Paese chiudeva e si fermava, tranne i servizi essenziali. Data che rappresenta anche il momento in cui abbiamo preso consapevolezza, almeno si spera, della nostra fragilità e di quanto tutto quello di cui ci siamo circondati e che affannosamente rincorriamo ogni giorno sia labile, provvisorio e possa diventare in un attimo evanescente. 69 giorni segnati da tante altre immagini a cui non abbiamo assistito: le sofferenze e le violenze consumate nel privato delle abitazioni, un privato più che mai inaccessibile, che molte donne, bambini e anziani hanno vissuto come prigionieri in mano ai loro carnefici.

Ma un pensiero su tutti correva nella mente di tanti italiani, il calcio: l’amore che noi italiani proviamo per il calcio è viscerale. Il Dio pallone è troppo importante per noi ed è stata una grande sofferenza doverci rinunciare per ben tre mesi! Durante il lockdown c’è stato chi riteneva del tutto sconsiderata una possibile ripresa, in quanto il calcio è uno sport di contatto e non è possibile praticarlo nel rispetto del distanziamento sociale, e chi, invece, valutava positivamente l’opportunità della ripresa. Alla fine ha prevalso quest’ultimo partito.

Ora, analizzando la situazione, se è vero che la modalità di trasmissione principale del Coronavirus Covid19 è rappresentata dalle goccioline di respiro che passano da una persona all’altra attraverso starnuti, colpi di tosse, contatti diretti personali e sudore, come può essere che il calcio sia ripreso a dispetto di altre attività ancora ferme? La domanda sembra avere una risposta tanto scontata quanto triste per una società come la nostra, a parole una società votata alla cultura: il calcio non è più uno sport, un momento ludico, ma è una grande industria attorno a cui ruotano enormi interessi. Tutto giusto, considerato il lato economico del Paese. Ma sorgono anche varie perplessità, una su tutte: un calciatore è un essere umano, con tutti i suoi pregi e difetti, e nulla vieta ( i fatti lo stanno dimostrando ) che in campo possono contrarre o trasmettere il famigerato covid. Ecco, essendoci la possibilità dei casi asintomatici, nulla vieta che durante uno scontro di gioco ( in campo si suda e anche tanto ) possa scappare una gocciolina di sudore tra un colpo di testa o un dribbling. Il calciatore torna a casa e che fa se è asintomatico? Esce, va al ristorante, al supermercato, ad un aperitivo… Insomma tutto ciò che farebbe qualsiasi cittadino. Il contagio così rischia di aumentare sempre di più e di espandersi a macchia d’olio senza mai porre un freno alla pandemia in corso. Il vero problema è che non permettere la ripresa dei campionati maggiori avrebbe creato buchi di bilancio anche alle nostre squadre più blasonate, riducendosi le entrate della pay TV e degli sponsor e dovendo, però, corrispondere comunque gli stipendi milionari dei propri calciatori.

Tante attività commerciali e ludiche si sono fermate durante la quarantena e molte non si sono più risollevate, vari negozi hanno dovuto chiudere, trovandosi da un momento all’altro senza lavoro. Moltissime aziende sono fallite o rischiano la chiusura così come molti professionisti hanno subito una riduzione dei propri compensi. Perché fa più “rumore” una partita di calcio e non un imprenditore normale o un lavoratore qualsiasi ridotti sul lastrico? Sembra chiaro che oltre a motivi economici ci sia una mano molto più grande davanti a questo scenario, una mano mafiosa. Mafia SPA ha grandi interessi attorno al mondo del calcio, in primis sul calcioscommesse, riciclaggio di soldi tramite sponsorizzazioni e partite truccate, fermare questa macchina chissà per quanto altro tempo avrebbe innervosito parecchio i grandi capi clan. Per capire bene il fenomeno di calcio-mafia bisogna riportare le parole del presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone: “Un tempo erano gli imprenditori come Berlusconi, De Laurentiis, Moratti o Della Valle ad acquistare squadre di calcio per fare affari e conquistarsi il bene della gente. Oggi anche la Camorra segue la stessa strategia con club medio piccoli o facendo passare l’immagine di essere in contatto con i grandi delle squadre di Serie A”. Negli anni il calcio è diventato in Italia anche un’utile macchina da consenso elettorale, economico e finanziario per le varie mafie. È soprattutto il calcio delle serie minori ad attirare le varie organizzazioni criminali, perché è qui che si stringono i legami più forti col territorio, l’imprenditoria e gli sponsor del luogo e dove, lontano da occhi indiscreti, si possono riciclare anche quantitativi di denaro importante.

Oggi il calcio è un’industria ricca, il calcio di ogni giorno sulle pay tv: il martedì e il mercoledì la Champions, il giovedì l’Europa League, il venerdì il sabato la domenica e il lunedì la serie A e la serie B. Il calcio dei calciatori miliardari, delle star del pallone, non più un momento di vero e sano divertimento. E allora che dire, è iniziata la partita covid vs calcio, che vinca il migliore.

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