L’ospedale che vorrei: Calore/Colore, un progetto per l’umanizzazione degli ospedali

Da pochi giorni è iniziato un nuovo anno, un anno di nuove indagini che intendo affrontare per svegliare molte coscienze che spesso restano assopite o, per dirla alla Eduardo De Filippo, far diventare il mondo forse un po’ meno tondo ma di sicuro più quadrato! In questi giorni di festa ho avuto modo di potermi fermare a riflettere … Voi direte: Ma come? Non hai festeggiato con amici e parenti all’insegna della gioia del Natale? Certo, ma proprio perché ho goduto di questi momenti di relax e spensieratezza, ho cercato di mettermi nei panni di chi ahimè non ha potuto vivere appieno il Natale così come altri periodi dell’anno! Il primo tema affrontato quindi da Imagine – Il Mondo Che Vorrei in questo inizio 2023 è stato quello dei pazienti lungodegenti ospedalizzati.

Ecco, inizio subito col precisare una cosa fondamentale: la mia non è una critica nei confronti del personale medico delle nostre strutture ospedaliere che, anzi, è d’eccellenza sotto vari punti, ma è un’indagine a tutto tondo su ciò che NON circonda i nostri ospedali, la cura medica si, ma non esiste, se non in sporadici casi, la cura dell’animo del paziente, dei sentimenti! In tanti non pensano che dal momento in cui entra in ospedale, e in particolare nella sua camera, il paziente, mentre è già preoccupato per la sua malattia e quindi pieno di ansie, si ritrova catapultato in una serie di situazioni nuove: deve indossare un camice ad esempio, rinunciando a simboli di identità personale come i vestiti, fare conoscenza con gli altri degenti della camera, deve relazionarsi al personale medico e infermieristico, sottoporsi ad esami, deve essere infine collaborativo e passivamente disponibile a tutti gli interventi invasivi e alle volte anche dolorosi che verranno decisi per lui, tutte cose da non mettere in secondo piano, come se fosse una passeggiata! Mi viene da pensare che il personale ospedaliero si relaziona alla patologia, anziché alla persona! Quindi un aspetto fondamentale da affrontare da parte di tutti, enti locali e nazionali soprattutto, credo sia l’umanizzazione ospedaliera: porre il paziente, piccolo o grande che sia, al centro della cura stessa, curare la persona oltre che la malattia. E in questo ahimè il “malato” in primis è proprio l’ospedale in se e per se …  Chi soffre di patologie particolari ha spesso bisogno di lunghi ricoveri, di indagini mediche a 360° e molto scrupolose come ci siamo detti prima, e, ripeto, nulla da ridire contro il personale medico italiano che ha un servizio alle volte eccellente sotto questo profilo. Ma il paziente? Bruttissimo dirlo, ma mi viene da pensare che il paziente sia spesso un numero, un foglio su cui scrivere dati, un mezzo per approfondire delle patologie … la medicina studia e cura il corpo, non l’animo, i sentimenti! Non c’è consapevolezza dei bisogni non solo fisici, ma anche psicologici e sociali di ogni singolo individuo.

Guardiamoci negli occhi: per ogni persona affrontare una malattia e una lungodegenza è un’esperienza estremamente soggettiva, e le sensazioni, le emozioni e le paure che si possono provare sono diverse da persona a persona. I valori con cui si è cresciuti influenzano il modo di gestire la situazione di fronte alla malattia. Il carattere influenzerà il modo di gestire la situazione. Alcune persone cercano il sostegno di persone care o quello di chi ci è già passato o si aiutano con la fede. Alcuni trovano l’aiuto di psicologi e altri al di fuori della famiglia, quindi proprio nel contesto ospedaliero, la “prigione” che li ospita …. Ma spesso gli psicologi mancano o vedono il paziente come una sorta di scheda da riempire con le risposte alle varie domande che gli vengono poste … Rabbia, paura, stress, depressione, tutti elementi che fanno parte del caos di sentimenti del paziente! Ed allora? 

Umanizzare la degenza ospedaliera è quasi un sogno, un traguardo che potrebbe raggiungersi con la sola buona volontà e personale qualificato e non, ma dotato di empatia … La relazione empatica dà vita a una comunicazione che è soprattutto condivisione (“le tue paure sono giuste, ma le affrontiamo insieme”) così come l’ascolto empatico può permettere ai diversi Operatori di comprendere meglio il vissuto del paziente ( ascoltare senza interrompere, rispettare pause e silenzi dell’Altro, incoraggiarlo nella libera espressione di sé ). Tutti aspetti che contribuiscono a creare una relazione di fiducia tra il paziente, la sua famiglia e i curanti: parliamoci chiaro, la malattia tende a mettere in crisi la fiducia che ogni persona ha di se stessa e nelle proprie capacità di far fronte alle difficoltà; e quindi non può che aumentare la necessità di potersi fidare degli altri. La relazione d’aiuto tra equipe e paziente dovrebbe quindi in primis rispondere a questo bisogno di fiducia! Parliamo in questo contesto di un progetto ideato proprio dalla nostra ospite di oggi, Marianna Rubei, un progetto nato grazie alla sua passione per la pittura … con semplicissimi fogli di carta, matite e attrezzature da disegno, la sua idea è quella di coinvolgere il paziente lungodegente allo scopo di far trasferire su carta tramite dei disegni i suoi sentimenti, il suo stato d’animo, un modo non solo per condividere Arte, ma anche per buttar fuori il mix di sentimenti che spesso il paziente conserva dentro e che nessuno all’interno della struttura ospedaliera fa tirar fuori … parliamo del progetto Calore / Colore ! “ Si propone un laboratorio d’arte in quanto l’arte ha un linguaggio universale, diretto, intuitivo, senza filtri e bugie. L’ arte non è mai fine a se stessa ma uno strumento per ripristinare il proprio equilibrio esistenziale, una terapia per l’anima. Alcune emozioni come la paura, la tristezza, la rabbia e l’ansia possono trovare espressione attraverso l’atto della pittura e uscire dalla persona per trovare una nuova casa su tela, sul foglio, su una superficie al di fuori dell’io, diventando così più facilmente affrontabile. Uscire dal proprio io per relazionarsi con gli altri. Per questo motivo il laboratorio d’arte sarà soprattutto un luogo di comunicazione “.

Spesso ci lamentiamo di tanti aspetti che non vanno nella nostra vita, di cose magari frivole, di aspetti che possono magari anche risolversi … la testimonianza di Marianna ci offre uno spunto per riflettere, non occorre stressarsi troppo nella vita, i problemi, gli ostacoli, frivoli o complessi, li troveremo sempre lungo il nostro cammino … Non cadiamo nel baratro della depressione, impariamo anche a saper ballare sotto la pioggia!

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